mercoledì 4 marzo 2009

The Big Lebowski


Lebowski: Cos'è... cos'è; che fa di un uomo un uomo, signor Lebowski?
Drugo: Drugo. Non... non lo so, signore.
Lebowski: Essere pronti a fare ciò che è più giusto. A qualunque costo. Non è questo che fa di un uomo un uomo?
Drugo: Sì, quello e un paio di testicoli.


Il film inizia con una voce fuori campo, quella di un improbabile cow boy che introduce la storia di Drugo.
Drugo è un hippie pacifista – tra l’altro si professa autore della Dichiarazione di Port Huron, la prima, non la seconda –, che vive a Los Angeles in modo sgangherato tra partite di bowling, con i suoi compari Donnie e Walter, e molti, moltissimi, white russian. Si sposta a bordo di una Ford Torino del ’73, come viene descritta da lui stesso ‘è verde con qualche macchia color ruggine qua e là’. Drugo generalmente veste molto easy, accappatoio/vestaglia, maglietta, pantaloncini corti e sandali di gomma. Ogniqualvolta bevva il suo cocktail preferito finisce immancabilmente con l’intingere la sua folta barba nel liquido.
A causa del suo vero nome, che è Jeffry Lebowski, viene scambiato per il sig. Lebowski, un filantropo milionario. Due ‘bravi’ fanno irruzione nella sua casa, sollecitandolo a pagare un debito che la moglie avrebbe contratto, ma il fatto di essere single gli suggerisce che i conti non tornano.
Qualche battuta sarcastica (oserei dire geniale) gli costa una macchia di urina sul tappeto, che a suo dire ‘dava davvero un tono all’ambiente’.
Sulle note di quel ‘Shallalalalala’ – The man in me di Bob Dylan – verrà a crearsi una intricata quanto grottesca parodia del genere poliziesco-noir, che ha come genesi la sopraccitata macchia. La trama farebbe invidia a qualsiasi sceneggiatore di hard boiled, ma il contesto e soprattutto i personaggi, con i continui rimandi a stereotipi (Drugo è l’hippy fattone, Walter il reduce del Vietnam ‘psuedo-ebreo’, Donnie viene sempre e subito zittito) fanno si che questa storia appaia come assurda e paradossale (assurda è la scena in cui Drugo ascolta una cassetta che contiene la registrazione di una partita di bowling, ma se ne potrebbero citare un’infinità ndr).
Il risultato è un film geniale e divertente, un capolavoro firmato dai fratelli Cohen.
Perché alla fine non si può non amare la figura di Jeffry ‘Drugo’ Lebowski e non si può fare a meno di pensare che forse vivere così, in pace col mondo (ovvio, pisciatappeti a parte), potrebbe anche essere meglio che passare una vita a rincorrere i successi e i luccichii.

domenica 1 marzo 2009

Space Oddity (singolo).




Il 20 luglio 2004 la NASA festeggiò il 35° anniversario della missione Apollo 11 (quella dello sbarco sulla Luna per intenderci) con una gran cerimonia. Il giorno seguente ci fu l’incontro tra il presidente Bush e gli astronauti Armstrong, Aldrin e Collins.
Lo sbarco avvenne in quel magico, unico, 20/07/69. La data in sé è unica per la scienza, per la tecnica e per l’umanità.
Nove giorni prima, un cantante e sassofonista inglese, un tale David Robert Jones, pubblica un 45 giri che come lato B contiene: ‘Wild Eyed Boy from Freecloud’. Ovviamente il lato A è occupato da uno dei più suoi grandi successi: Space Oddity, il cantante è David Bowie.
Space Oddity parla di un astronauta – il maggiore Tom, Major Tom in inglese – che romanticamente si perde nei meandri dello spazio cosmico, questo è una sorta di primo alterego dell’artista, che poi inventerà la figura di Ziggy Stradist e quella del Thin White Duke. Bowie avrebbe poi chiarito che la canzone parla dell’essere soli e tristi, dell’isolamento e la solitudine.
Un sentimento di rassegnazione regna sovrano nella canzone, spento il lieve entusiasmo per la buona riuscita della parte iniziale della missione e spenta la breve fama conquistata dall’astronauta, che si rimette ciecamente alla ‘volontà’ della sua astronave, come a ribadire la visione del destino come di una struttura già preordinata «I think my spaceship knows which way to go».
Nel testo è presente una riflessione sulla brevità della fama, come in ‘Fame, It’s No Game, Somebody Up There Likes Me. Nonostante questa concezione di una fama breve, presto il suo successo conquistò entrambe le sponde dell’atlantico.
I ‘maliziosi’ lessero nel testo la descrizione di un ‘trip’ di eroina nelle sue varie fasi: la preparazione, il decollo e il fluttuare in un modo molto peculiare. Il parallelismo è alquanto forzato e la smentita arriva direttamente dal cantante, che riferisce di averne fatto uso l’anno precedente alla pubblicazione del singolo, ma il suo ‘flirt’ con questa droga fu breve.
Nove giorni dopo, quel venti luglio, la BBC usò questa canzone durante i servizi sull’allunaggio dell’apollo 11, ma la televisione e le radio statunitensi si rifiutarono scaramanticamente, dato l’epilogo della canzone. Viene tuttora usata nei documentari dell’ambito spaziale. Ciò accrebbe di molto la fama del cantante di Brixton. La scelta a mio parare fu azzeccatissima: in una atmosfera di infinità e di indeterminatezza, con gli effetti sonori che ricordano quei grandi, primitivi computer a transistor mostrati nelle riprese televisive dell’epoca.
Questo effetto è dato dallo stilofono, lo stylophone. Lo strumento è una sorta di pre-sintetizzatore, uscito all’inizio degli anni ’60: economico, ma con una tonalità orribile, come egli stesso ribadì nel 2002.
Il singolo è il più venduto di Bowie in Inghilterra dal suo esordio.
Ne esiste una versione italiana uscita a febbraio ‘70, tradotta da Mogol e cantata dallo stesso David intitolata: ‘Ragazzo solo, ragazza sola’, ma il testo parla della storia d’amore tra due giovani, quindi, inevitabile, che il significato e il tema proposto dall’artista inglese venga meno.
Un’ altra apparizione in Italia della canzone, nella sua versione inglese fu nel ’75 come sigla del programma Jet Quiz.

Formazione:

David Bowie – voce, chitarra, stilofono
Herbie Flowers – basso
Terry Cox – batteria
Rick Wakeman – piano, mellotron